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LEON BATTISTA ALBERTI
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Nato fuori dal matrimonio, ma subito legittimato dal padre Lorenzo, Leon Battista Alberti nacque a Genova nel 1404 in una nobile e ricca famiglia di mercanti e banchieri fiorentini banditi da Firenze nel 1377 per motivi politici. Cresciuto nell'ombra dell'esilio, passò la vita in continui viaggi anche dopo la riammissione della famiglia a Firenze, nel 1428. Ma in questa città non si inserì mai veramente, pur frequentando i maggiori artisti. Né trovò pace sul versante della famiglia, poiché i parenti l'accettarono solo in parte ed ebbe con alcuni di loro dispute dolorose.

Studiò Lettere a Venezia e a Padova, Legge e Greco a Bologna, ma fin da giovane in privato coltivò interessi svariatissimi a sfondo scientifico e artistico: musica, pittura, scultura, architettura, fisica, matematica. La vastità delle sue curiosità e dei suoi saperi avrebbero fatto di lui il sommo rappresentante dell'Uomo del Rinascimento, precursore per molti aspetti del genio di Leonardo da Vinci.

Alla morte del padre nel 1421, per superare le ristrettezze economiche e consolidare il suo status sociale, Alberti si orientò verso la carriera ecclesiastica. A partire dal 1428 poté tornare a Firenze. Nel 1431 divenne segretario del patriarca di Grado e nel 1432 si trasferì a Roma come abbreviatore apostolico, ovvero come estensore dei testi delle disposizioni papali. Per ben 34 anni mantenne questo incarico, alternando soggiorni a Ferrara, Bologna, Firenze, Mantova, Rimini e appunto a Roma, dove approfondì lo studio diretto delle rovine antiche, testimonianze sparse della magnificenza della città imperiale e depositarie del linguaggio della classicità.

Alberti fu scrittore prolifico, di materie svariate che corrispondevano ai suoi diversi interessi. Tra il 1433 e il 1441 scrisse una delle sue opere più note, i quattro Libri della Famiglia, un trattato scritto in volgare che oggi definiremmo socio-pedagogico, in cui attorno a temi eterni come matrimonio, famiglia, educazione dei figli, gestione del patrimonio, rapporti sociali, si confrontano due diverse visioni del mondo: la mentalità emergente, 'borghese' e moderna, che prende le distanze da quella legata al passato e alla tradizione.

Appassionato sostenitore del volgare, promosse a Firenze nel 1441 il Certame coronario, gara letteraria dedicata al tema dell'amicizia, con lo scopo dichiarato di sottolineare l'importanza e la ricchezza di quell'idioma che ormai tutti parlavano, ma che, 200 anni dopo Dante e 100 dopo Boccaccio, stentava ad affermarsi come lingua ufficiale.

Il ritorno a Firenze dall'esilio tra il 1428 e il 1432 fu per Alberti occasione per avvicinarsi all'opera dei grandi novatori Brunelleschi, Donatello, Masaccio. E nel 1436 dedicò proprio a Brunelleschi il De Pictura (da lui stesso tradotto in volgare col titolo Della pittura), trattato destinato a definire le regole delle arti figurative: il metodo prospettico secondo saldi principi geometrici, la teoria delle proporzioni fondata sull'anatomia, la teoria della luce e dei raggi visivi in rapporto ai colori, la composizione armoniosa delle 'storie'. Il trattato albertiano fu assorbito da molti artisti a lui vicini come Donatello, Filippo Lippi, Beato Angelico, Ghiberti, Luca Della Robbia e probabilmente letto dai più giovani come Botticelli, Filippino, Michelangelo, Leonardo, Raffaello, tanto da dirigere un nuovo corso per le arti figurative del secondo Quattrocento, fino al pieno Rinascimento cinquecentesco.

Questa attività teorica si arricchì negli anni successivi con il De Statua e il De Re Aedificatoria, due fondamentali trattati di architettura e scultura in cui Alberti raccomanda in particolare lo studio delle proporzioni. La bellezza, ricorda del resto nel De Re Aedificatoria, è un'armonia esprimibile matematicamente proprio grazie alla scienza dei rapporti tra le forme, concetto sul quale insiste basandosi sulla misurazione dei monumenti antichi.
Confronto con il mondo classico non per imitare ma per emulare (Aemulatio, sed non Imitatio), legame indissolubile tra Ratio e Ars, tra teoria e pratica, tra capacità intellettuale di formulare progetti architettonici e attitudine costruttiva, in altri termini tra Ragione e Bellezza.

Come massima espressione di questa controllata creatività Alberti praticò la professione di architetto, che riteneva la più alta possibile per l'uomo, più filosofica della filosofia stessa.
Fu così che in poco più di vent'anni, dal 1450 alla morte, nacquero progetti di opere straordinarie. A Firenze, l'impronta albertiana si riconosce in particolare nel palazzo Rucellai, modello di dimora signorile urbana, nel tempietto del Santo Sepolcro nella chiesa di San Pancrazio, nel completamento della facciata di Santa Maria Novella, nella Tribuna della Santissima Annunziata. E sorprenderà se si sente il bisogno perfino di ripensare all'autore di Palazzo Pitti, nel suo nucleo quattrocentesco, alla luce dell'esperienza teorica e pratica di Alberti. Il suo raggio d'azione si allarga nel contado con l'abside della Pieve di San Martino a Gangalandi e le ville medicee di Fiesole e Poggio a Caiano, quest'ultima edificata probabilmente su suo progetto. Altre significative opere albertiane in Italia sono il Tempio Malatestiano a Rimini e a Mantova le chiese di San Sebastiano e Sant'Andrea. Alberti morì a Roma il 25 aprile 1472. Pochi anni dopo (1485) Lorenzo de Medici diede inizio alla fortuna del suo trattato più importante, facendo stampare il De Re Aedificatoria (fin lì replicato per via amanuense) con la prestigiosa cura editoriale di Agnolo Poliziano, realizzando così un progetto auspicato dallo stesso Leon Battista.




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